P
uò accadere a volte che un lavoro di analisi e di informazione prodotto da competenze operanti con la migliore onestà intellettuale, possa poi condurre, per effetto di una cattiva lettura dei dati forniti, ad un suo utilizzo improprio e fuorviante. Ma è preoccupante constatare che a volte, questa cattiva lettura dei dati possa far dirottare l’informazione verso risultati addirittura opposti alla realtà.
Un recente caso è stato constatato con un articolo di fonte Kyoto Club ospitato il 18 marzo 2014 sul sito di ORIZZONTENERGIA, e che qui riprendiamo per la enormità dell’errore che viene servito all’opinione dei lettori e del riverbero che questo può generare.
L’argomento riguarda infatti i prezzi dell’elettricità sostenuti dalle industrie dei paesi UE, argomento di grande interesse nel quadro del dibattito sulle politiche per la ripresa produttiva del nostro paese.
La fuorviante informazione fornita da Francesco Ferrante, Vicepresidente di Kyoto Club, e da Edoardo Zanchini, Vicepresidente Legambiente, accrediterebbe la tesi secondo cui le aziende “energivore” italiane pagherebbero l’energia elettrica quanto quelle tedesche, se non addirittura meno…
Infatti, nel mettere a confronto i costi rilevati da Eurostat per l’energia elettrica ceduta alle imprese, Ferrante e Zanchini nel suddetto articolo si basano, a nostro avviso impropriamente, sui prezzi comprensivi dell’IVA e delle altre tasse deducibili, per affermare che le imprese italiane che consumano tra 70.000 e 150mila MWh/anno avrebbero pagato addirittura il 15% in meno dei loro concorrenti tedeschi (0,1234 Euro/kWh contro 0,1449 Euro/kWh, secondo i dati Eurostat) nel primo semestre 2013.
Ma un corretto confronto dovrebbe avvenire sulla base dei costi che effettivamente sono a carico delle aziende, ovvero dei prezzi al netto delle tasse che possono essere portati in detrazione dalle imprese, che sono pubblicati regolarmente da Eurostat.
Ove considerati, per l’appunto, i prezzi depurati delle imposte (Iva e altre tasse) deducibili, la situazione reale si dimostra completamente diversa.
Nel primo semestre 2013 i dati Eurostat evidenziano che le imprese italiane energivore hanno sopportato prezzi superiori del 7% circa rispetto alle imprese tedesche e inoltre maggiori del 12% rispetto al Regno Unito, del 72% rispetto alla Francia e del 63% rispetto alla Spagna.
Gli aggravi di costo peggiorano ancor di più per le imprese appartenenti a tutte le altre fasce di minor consumo che costituiscono l’ossatura del settore manifatturiero nazionale.
Per i consumi tra 500 e 2.000 MWh/anno Ferrante e Zanchini ammettono un costo italiano al lordo delle tasse, pari a 0,1951/kWh, più alto del 30% rispetto alla media europea, ma superiore soltanto del 4% rispetto ai prezzi tedeschi. Al contrario, le piccole imprese italiane debbono sopportare un aggravio netto di costo del 18% rispetto alla Germania e del 40% rispetto alla media dei 28 paesi UE.

Medie relative al primo semestre 2013 – Prezzi in euro per Kwh sostenuti dai consumatori industriali
(Escluse l’IVA e le altre tasse deducibili)
I dati Eurostat dimostrano la situazione di svantaggio sopportata delle imprese italiane, almeno fino al primo semestre dello scorso anno, relativamente al costo dell’energia elettrica rispetto a tutti gli altri principali paesi dell’Unione Europea.
Se tale situazione dovesse protrarsi anche nel prossimo futuro, le prospettive per l’industria manifatturiera italiana di dar vita ad una inversione di tendenza sarebbero quindi già gravemente compromesse in partenza.
Benissimo puntare su ricerca e innovazione, ma il contenimento del costo dell’energia rimane sempre uno dei fattori determinanti, insieme al miglioramento delle tecnologie, per la sopravvivenza della nostra industria manifatturiera.
Tale argomentazione, peraltro, è ampiamente comprovata dai recenti avvenimenti negli Stati Uniti dove, anche a seguito dei minori costi dell’energia indotti dallo sviluppo dello shale gas, si sta verificando il rientro di numerose imprese manifatturiere che negli anni passati avevano lasciato gli USA per de-localizzare all’estero le loro produzioni.
Come si vede si tratta di comparti importanti e sicuro impatto anche sotto il profilo occupazionale e creazione di indotto. Certamente l’economia statunitense dà continue prove di vitalità e di veloce capacità di adeguamento alle nuove situazioni, mentre l’Europa è condotta da e risponde a regole più laboriose che ne rendono faticoso il cammino per la crescita. E l’Italia aggiunge anche altri problemi interni che ostacolano l’azione delle proprie aziende che ancora resistono sul territorio. Fra questi rimane, certamente, il costo dell’energia elettrica.
